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Disturbi alimentari

 

I DISTURBI ALIMENTARI

 

 

 

 

 

Poche righe non bastano a spiegare una problematica così vasta, in ogni modo possono aiutare a dissipare dubbi e confusione che spesso l’uso ed abuso di certi termini comporta.

In questa civiltà di benessere, lasciarsi andare ai piaceri della tavola, poi farsi prendere dai sensi di colpa (non per la fame nel mondo ma per aver tradito il nostro ideale di corpo perfetto) sembra un comportamento socialmente normalizzato. Così un numero considerevole di persone, almeno una volta nella vita s’impegna a seguire una dieta sotto controllo medico; il successo è spesso buono, ci si sente più belli e più sicuri e si ripete l’esperienza se in periodi alterni ci si lascia andare, a vantaggio della salute. Tutto questo, che nasce anche da un sano piacere di mangiare, non dà molti problemi né alla persona né al dietologo. Diverso è quando siamo vittime non di un godereccio piacere di mangiare, ma di un compulsivo bisogno di ingurgitare qualcosa di commestibile. Chi presenta questo disturbo è un paziente difficile anche per il dietologo, l’impegno e il controllo non bastano. Non vorremmo mangiare ma è più forte di noi, non c’è un gusto vero nel farlo, i sapori vengono mischiati in modo incongruo, ed insieme al peso corporeo aumenta il senso di disagio e disistima. Perché quest’impotenza? Siamo di fronte ad un sintomo. Queste irrefrenabili "abbuffate" sono il vano tentativo di colmare un "vuoto", una tensione accumulata. Come "compulsione" non si differenzia molto dall’ossessione per la pulizia della casa, ma ha significati più profondi e sicuramente nuoce alla salute. C’è sempre un conflitto profondo dietro queste sintomatologie, un’ansia più o meno negata. Certo tutti mangiamo anche per consolarci, ma sappiamo fermarci.

Il problema è che si crea un circolo vizioso che porta lontano dalla vera origine emotiva. La persona diventa dipendente dall’idea del cibo, le "abbuffate" diventano quasi autopunizioni verso la propria incapacità, e il divorare e masticare non basta a scaricare il livello di rabbia o aggressività repressa. Il tutto diventa più grave se si associa al "troppo pieno" post-abbuffata l’idea di svuotarsi. Quando episodi di vomito autoindotti susseguono possiamo parlare di bulimia.

Prima di arrivare a ciò, quando ci rendiamo conto che non mangiamo per fame o per piacere, quando l’idea di mangiare e la paura di farlo ci accompagna dall’inizio della giornata, fermiamoci ad ascoltare noi stessi. Da cosa ci stiamo nascondendo, rischiando la nostra salute?

Essere consapevoli delle vere problematiche che i " disordini alimentari" nascondono è già un modo per iniziare a cambiare; non è difficile, è più dannoso fuggirle rischiando di farci veramente male.

Quindi volersi bene è assicurarsi un controllo medico, un supporto nel seguire una dieta adeguata, ma anche affrontare quelle paure e insicurezze che ci condizionano a vedere questa vita fatta solo di "bilance" di "divieti" e trasgressioni…. Chi sta bene con se stesso ascolta i bisogni del proprio corpo, gode del cibo senza farsi male.

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